POSSIAMO PERMETTERCI DI ESSERE DIVERSI?

Questo articolo nasce da una riflessione fatta dopo una conversazione con mio

 

figlio. Mi stava raccontando quanto per lui sia difficile essere incluso nelle

 

discussioni tra alcuni ragazzi che conosce per una ragione che lascia un po’ perplessi:

 

lui non ama i videogiochi. A casa nostra non esiste una playstation. Non perché noi

 

genitori non abbiamo permesso che ci fosse ma, semplicemente, perché non ci è

 

stata chiesta. A dire il vero abbiamo una wii, un regalo di Natale da parte della zia,

 

ma è chiusa nell’armadio perché nessuno l’ha mai usata (a parte me per le lezioni di

 

Yoga  ).

 

Ho chiesto: ma questi ragazzi parleranno anche d’altro, no?

 

 

La risposta è stata: mah…la maggior parte del tempo stanno al cellulare!

 

In fondo è vero. I passatempi preferiti dei ragazzi di oggi sono videogiochi e cellulari.

 

E chi non ama troppo ne gli uni né gli altri?

 

E’ considerato diverso .

 

Da questa conversazione, anche un po’ triste, sono nati alcuni spunti di riflessione:

 

1) Perché i miei figli non usano i videogiochi (non che ci sia qualcosa di sbagliato

 

nell’usarli nei modi e tempi giusti)?

 

Non so quanto abbia influito ma, quando erano piccoli, ci siamo proprio divertiti

 

insieme. Il tempo libero era qualcosa che tutti noi aspettavamo con entusiasmo per

 

giocare, creare, ridere. Ricordo interi pomeriggi passati per terra, con loro, a giocare

 

con Barbie o con i Gormiti (ho una femmina ed un maschio). Quando ero fortunata

 

riuscivamo a giocare in modi che andavano bene per entrambi i figli. Allora

 

cucinavamo o costruivamo torri con i mattoncini di legno (la mia torre era sempre la

 

prima a cadere) o facevamo dei collage con i giornali che trovavamo a casa.

 

Qualche mamma mi diceva che era bello anche riposare e che avrei dovuto metterli

 

davanti alla TV per ‘stare tranquilla’. Ma io ero tranquilla con loro, traevo dal giocare

 

insieme il loro stesso piacere e non volevo rinunciare.

 

Lasciavamo andare la nostra fantasia e inventavamo un po’ di tutto, soprattutto

 

quando fuori pioveva troppo per uscire o uno dei due aveva la febbre (sempre mio

 

figlio in realtà). Una volta la febbre era durata più del dovuto e, di conseguenza,

 

c’era bisogno di inventare un lavoretto che ci avrebbe impegnati e divertiti per

 

qualche giorno. Dopo avere fatto un giro per la casa, avevamo trovato nello

 

sgabuzzino le coperture laterali di polistirolo della lavatrice appena comprata (io

 

conservo tutto, non si sa mai servisse per qualche lavoretto) e dei rotoli di cartone

 

degli Scottex della stessa dimensione. Così abbiamo costruito una piccola libreria,

 

rivestendo tutto con quadrati di stoffa di diversi colori e nastri. E così i giorni a casa

 

sono trascorsi più velocemente e la piccola libreria ancora resiste ed esiste .

 

Credo che sia così che si trovano le proprie passioni. Nel silenzio della propria

 

stanza, durante il tempo libero, quando un po’ di sana noia ci spinge a cercare

 

qualcosa da fare.

 

Io ho cominciato a scrivere quando ero ragazzina. In estate andavo in campagna con

 

la mia famiglia ed il posto era abbastanza isolato e ,quindi, per un’adolescente,

 

piuttosto noioso. Per sconfiggere la noia giocherellavo con la macchina da scrivere di

 

mio padre, la classica vecchia Olivetti. E da lì non ho più smesso. Mia sorella giocava

 

con un microscopio che le avevano regalato per il compleanno e trascorreva le

 

giornate a cercare foglie o insetti morti da studiare. Non so quanto abbia influito ma

 

adesso è una bravissima microbiologa.

 

Mio figlio ha iniziato a suonare un’estate di tre anni fa. C’erano più di quaranta gradi

 

e uscire non sarebbe stato affatto piacevole. Si annoiava e così ho preso la chitarra

 

di quando ero ragazzina, conservata nel solito sgabuzzino. Gli ho chiesto se gli

 

sarebbe piaciuto imparare qualche accordo ( io ero davvero negata ma ne ricordavo

 

ancora qualcuno). Mi ero stupita di quanto gli piacesse. Mi ha chiesto lui stesso di

 

frequentare una scuola di musica e da allora la chitarra è il suo primo pensiero

 

quando si sveglia.

 

Smettiamola di rifiutare la noia o il silenzio. Sono necessari per pensare, per

 

conoscerci e creare. Pascal scriveva : “Tutti i guai dell’uomo derivano dal non sapere

 

stare fermo in una stanza”.

 

2) Per farsi accettare bisogna omologarsi?

 

No, non si dovrebbe ma sembra sia così. Per tornare all’esempio di prima, mio

 

figlio ( e, come lui, quindi qualsiasi ragazzino non ami i videogiochi), non viene

 

coinvolto o incluso in un determinato gruppo perché ha interessi diversi.

 

Ma non è proprio la diversità ad arricchire i rapporti? Non è anche questo che

 

li rende stimolanti? C’è che gioca alla play, chi suona, chi canta, chi legge, chi

 

ama fare sport. Ognuno potrebbe portare la sua esperienza e raccontare agli

 

altri cose che non conoscono, stimolando la curiosità e l’ascolto.

 

 

Ma forse i ragazzi di oggi sono spesso troppo insicuri. Hanno bisogno di stare

 

con chi è simile, con chi ha gli stessi interessi, con qualcuno di cui si già di cosa

 

parlare, senza doversi aprire. E così nascono ore di conversazioni su quante

 

coppe o punti sono stati ottenuti in un determinato gioco.

 

Sembra che, per essere amici, si debbano portare le stesse scarpe, indossare

 

le stesse felpe, avere lo stesso zaino, giocare allo stesso gioco. E ci troviamo

 

davanti a dei cloni.

 

Il nostro abbigliamento, le cose che scegliamo, non dovrebbero essere

 

coerenti con la nostra personalità? Le ragazze sportive dovrebbero indossare

 

scarpe da ginnastica, quelle più romantiche magari un paio di ballerine. Un

 

ragazzo che ama la musica potrebbe indossare un ciondolo con uno

 

strumento musicale e chi ama i videogiochi una t-shirt con il suo personaggio

 

preferito.

 

La nostra immagine dovrebbe essere coerente con ciò che siamo!